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Home CICLISMO

Jonathan Milan sigilla il Giro di Vingegaard

Volata regale del friulano, che batte Lonardi e Penhoët. Il danese indossa la Tripla corona

by Carmine Marino
31 Maggio 2026
in CICLISMO, Frontpage, Primo piano, Sport
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Jonathan Milan | © Giro d'Italia

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Il suo Giro d’Italia è stato in salita fin dall’inizio: le volate perse per mano di Paul Magnier avevano fiaccato le certezze di Jonathan Milan. Tuttavia, l’ultimo sprint davanti al Circo Massimo, nel cuore di Roma antica, ha riscattato il friulano dopo tre settimane di bocconi amari.

Giro, Jonathan Milan ritrova il sorriso a Roma

La volata è stata in bilico, proprio com’era successo a Milano, dove la fuga ha sorpreso le ruote veloci nella giornata all’apparenza più scontata di tutte. Questa volta, però, gli sprinter non si sono fatti sorprendere dall’attacco a testa bassa di Filippo Ganna (Netcompany INEOS), scortato dal connazionale Matteo Sobrero (Lidl-Trek) e dal belga Jasper Styuven (Soudal-Quick Step). E così, il 109° Giro d’Italia si è concluso con una volata di gruppo dominata da Jonathan Milan.

Il 26enne friulano della Lidl-Trek ha temuto di concludere la campagna tricolore senza l’ombra di un successo. E, come si può facilmente intuire, non c’è nulla di più frustrante per un velocista che vedere gli avversari in trionfo. Tuttavia, il tempo è stato galantuomo con Milan, che ha interpretato il finale di tappa – disegnato su un circuito cittadino di 9,9 chilometri da ripetere per 8 volte – in maniera impeccabile, sprigionando tutta la sua potenza sulla rampa conclusiva.

Posizionato a ruota del francese Paul Magnier (Soudal-Quick Step) nell’ultimo chilometro, Milan ha atteso gli ultimi 200 metri per lanciare la sua progressione. La sua accelerazione è stata irresistibile: il pur bravo italiano Giovanni Lonardi (Polti VisitMalta) e il francese Paul Penhoët (Groupama-FDJ United) hanno potuto soltanto annotare il suo numero di targa. E il vincitore della maglia ciclamino? Appena fuori dai primi 10, a conferma che non tutti i giorni sono uguali, specialmente dopo tre settimane affrontate al massimo.

Il trionfo di Jonas Vingegaard

Perché a tanti sarà sfuggito, ma il Giro appena consegnato al libro dei ricordi è stato intenso, combattuto, a tratti molto divertente, nonostante la sfida per il primato sia stata a senso unico. Fin dalla vigilia, sapevamo che il grande favorito era il danese Jonas Vingegaard (Visma-Lease a Bike), sbarcato in Bulgaria – dove si sono disputati i primi tre giorni di corsa – con l’obiettivo di completare la collezione dei Grandi Giri.

Nonostante abbia dovuto rincorrere per quasi metà corsa il sorprendente portoghese Afonso Eulálio (Bahrain Victorious), Vingegaard è stato il padrone della corsa ben prima di indossare la maglia rosa. Blockhaus, Corno alle Scale, Pila, Carì, Piancavallo: non c’è stato arrivo in quota – ad eccezione dei Piani di Pezzè, dove ha vinto un suo compagno di squadra, lo statunitense Sepp Kuss – sul quale non abbia lasciato il segno. Dominio incontrastato: la locuzione più efficace per descrivere la supremazia di Vingegaard. Che non avrà regalato spettacolo come il suo grande rivale Tadej Pogačar nell’edizione di due anni fa. Eppure, il danese non si è accontentato di correre esclusivamente per la maglia rosa – prova ne è il successo ottenuto sabato a Piancavallo, dove ha attaccato a 10 chilometri dalla vetta.

Gall e Hindley sul podio, l’Italia fuori dalla top-5

Certo: la concorrenza non era affatto irresistibile, ma non è certo colpa di Vingegaard se – in questo momento storico – le corse a tappe sono un affare ristretto a lui e al bicampione del mondo in carica, che si ritroveranno l’uno contro l’altro al Tour de France. Ad ogni modo, il capitano della Visma-Lease a Bike – che si è appena iscritto al club dei vincitori di tutti i Grandi Giri – è salito sul podio assieme a due ottimi interpreti delle gare di tre settimane: il regolarista austriaco Felix Gall (Decathlon CMA CGM), l’unico che abbia provato (seppure timidamente) a seguirlo in salita, e l’australiano Jai Hindley (Red Bull-BORA-Hansgrohe), maglia rosa nel 2022 e 2° nel 2020.

Come d’abitudine, il Giro ha proposto anche quest’anno una serie di nomi da seguire nel prossimo futuro. Il più interessante di tutti è senza dubbio Eulálio, che ha peraltro conquistato la maglia bianca di miglior giovane, classificandosi 6° alle spalle dell’olandese Thymen Arensman (Netcompany) e del canadese Derek Gee-West (Lidl-Trek). Quasi tutti avevano pronosticato il suo crollo dopo aver conquistato a sorpresa la maglia di leader nella memorabile tappa di Potenza. E invece, Eulálio – diventato l’uomo di riferimento della Bahrain dopo il precoce ritiro di Santiago Buitrago – ha interpretato le grandi montagne con intelligenza e maturità, spegnendo le velleità dell’italiano Davide Piganzoli (Visma), il più pericoloso tra i rivali per la classifica degli Under-25.

Il movimento italiano chiude il Giro tra luci e ombre

Appunto: il ciclismo italiano. Che cosa dire del nostro movimento alla fine di questa edizione del Giro? La prima cosa che balza agli occhi è l’assenza di un corridore di casa nostra tra i primi 5: in un secolo abbondante di storia, non era mai successo. Non c’è dubbio che la clamorosa debacle di Giulio Pellizzari (Red Bull), da molti indicato come il primo e più autorevole avversario di Vingegaard alla partenza da Nessebar, sia un bel macigno sul giudizio finale.

Inutile aprire processi sul conto del 22enne marchigiano: un vero processo di crescita e maturazione passa anche per delusioni come questa. Tutto questo, però, non può oscurare l’ottimo Giro di Piganzoli: il giovane valtellinese non ha soltanto lavorato egregiamente per Vingegaard, ma ha dimostrato che – in un futuro non troppo remoto – potrà concretamente puntare per la generale. L’ottavo posto finale è un buonissimo risultato, a maggior ragione perché pochi avevano pronosticato per lui un posto nell’alta classifica. Stesso discorso anche per il veterano Damiano Caruso (Bahrain): partito come gregario di Buitrago, il 38enne siciliano – all’ultima corsa rosa della carriera – è uscito fuori alla distanza, classificandosi 9°.

La tentazione di pensare che il nostro ciclismo sia in difficoltà è forte e non è così peregrina. E se vi dicessimo che, oltre a Pellizzari e Piganzoli, c’è un altro nome da annotare per il futuro? Il 22enne toscano Ludovico Crescioli (Polti) ha stupito tutti, nonostante sia un esordiente assoluto a questo livello. Tenetelo presente per il domani.

Ciccone in maglia azzurra

Per il resto, la voce che risalta di più nel bilancio è senza dubbio il numero di tappe vinte: 4 successi contro l’unica vittoria ottenuta da Christian Scaroni nel 2025. Forse questo dato non è sufficiente per salvare la pagella, ma è pur sempre un indice della vitalità del nostro movimento. Se Alberto Bettiol ha dimostrato confermato di essere un cacciatore implacabile nei giorni di grazia, Davide Ballerini è stato bravissimo a interpretare il finale a dir poco rocambolesco della tappa di Napoli, salvandosi dalla caduta che ha coinvolto gli sprinter. Prima dell’acuto di Milan, c’è stata anche la crono di Massa letteralmente dominata da Filippo Ganna. Che ha ricordato a tutti di essere uno dei due migliori cronoman al mondo.

Due parole, infine, su Giulio Ciccone: l’abruzzese ha sorprendentemente indossato la maglia rosa (seppure per un solo giorno) dopo averla rincorsa invano per un’intera carriera. Lasciato solo dai suoi compagni di classe nella tappa di Potenza, lo scalatore della Lidl-Trek ha ricostruito la sua corsa per rivincere quella maglia azzurra che aveva già conquistato nel 2019. Avrebbe voluto aggiungere anche un traguardo di giornata: più volte ha azzeccato la fuga, ma gli è mancato qualcosa (come nel giorno dei Piani di Pezzè) per centrare questo obiettivo. Pazienza: non si è mai risparmiato. E il suo premio lo ha comunque portato a casa.

Tags: Giro d'ItaliaJonas VingegaardJonathan Milan
Carmine Marino

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