Prima di Pietro Mennea, molto prima di Lamont Marcell Jacobs e della staffetta dei sogni di Tokyo 2020, l’atletica italiana era arrivata sulla Luna con un occhialuto velocista torinese, che raggiunse a 21 anni l’apice della sua carriera. Si chiamava Livio Berruti ed è stato il simbolo di una stagione irripetibile dell’Italia e dello sport italiano.
Addio a Livio Berruti, oro olimpico dei 200 a Roma ’60
Erano gli anni della Dolce Vita, del miracolo economico e dei sogni in bianco e nero. Un’altra epoca, un’altra Italia. Che, nei giorni dell’Olimpiade di Roma 1960, si emozionava per Nino Benvenuti e Sante Gaiardoni, Livio Trapè e Raimondo D’Inzeo. In cima a questa lista, però, c’era un ragazzo di 21 anni che stupì il mondo, conquistando l’oro olimpico dei 200 metri sulla pista dell’oro olimpico: Livio Berruti.
Uno studente-atleta, si direbbe oggi. Sì, perché Berruti – scomparso domenica a Torino all’età di 87 anni – era iscritto al corso di laurea in Chimica. Per stupire il mondo, però, servivano anche gambe e muscoli. E l’atleta del CUS Torino aveva dimostrato di averne a sufficienza fin dal 1957, quando vinse i titoli nazionali dei 100 e dei 200 metri. Pochi, però, avrebbero scommesso su di lui alla vigilia dei Giochi di Roma 1960.
Profezie e pronostici, però, sono fatti per essere smentiti. Il giorno dei giorni della vita di Berruti è sabato 3 settembre 1960: a distanza di un paio d’ore, si disputano le semifinali e la finale dei 200 metri. Lo sprinter torinese vola sulla pista dello stadio Olimpico già nell’ultimo turno eliminatorio: il cronometro manuale dice 20″5, record del mondo eguagliato. Sarà capace di ripetersi anche nella gara che conta di più? Berruti non tradisce: scattato bene dalla quinta corsia, l’azzurro affronta in testa il rettilineo d’arrivo. La rimonta dello statunitense Lester Carney è vana: Berruti è campione olimpico in 20″5 spaccati. Quel giorno non fu semplicemente il più forte: Berruti fu un martello.
La breve storia d’amore con Wilma Rudolph
Il suo tuffo sul filo di lana non è l’unica immagine entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo: Berruti finì sulle prime pagine dei rotocalchi per la breve e tenerissima storia d’amore con la Gazzella Nera Wilma Rudolph, che dominò la scena con la sensazionale tripletta 100-200-4X100. Un amore casto e fugace, che svanì in fretta per una singolare combinazione di fattori: gli americani – incredibilmente snobbati dagli sponsor – avevano fretta di tornare a casa. E poi, Wilma Rudolph stravedeva per un pugile di nome Cassius Clay, a sua volta oro olimpico dei pesi mediomassimi.
La magia di quell’Olimpiade non ebbe seguito, anche se Berruti fu finalista dei 200 metri anche a Tokyo 1964 – dove si classificò 5°, primo degli europei – e fu schierato nelle finali della staffetta 4X100 sia in Giappone, sia a Città del Messico 1968, classificandosi 7° in entrambe le occasioni. A carriera finita, poi, preferì il lavoro in azienda (Ermenegildo Zegna e FIAT) alle sirene della fama. Tornò sulla ribalta soltanto una volta, quasi mezzo secolo dopo il suo trionfo a Roma, in occasione della cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino 2006: ebbe l’onore di portare la bandiera olimpica insieme ad altri 7 campioni dello sport italiano. Berruti era già da tempo leggenda. Da oggi lo è ancora di più.






















