Segnava e piangeva, segnava e piangeva ancora: il mondo ha imparato a riconoscere subito Oscar Schmidt, il tiratore implacabile che ha macinato un’infinità di canestri in una carriera lunga quasi trent’anni. La sua vita è stata una continua dichiarazione d’amore per il basket, anche se in cambio non ha ricevuto tutto quello che avrebbe meritato. La sirena è purtroppo suonata anche per lui, che ha convissuto a lungo con un tumore al cervello.
È morto Oscar Schmidt, fu l’idolo di Caserta e Pavia
Lo chiamavano Mano Santa: ogni canestro, una sentenza senza appello. Oscar Schmidt – scomparso venerdì all’età di 68 anni – è stato uno dei più grandi giocatori della storia del basket, pur non avendo mai frequentato i parquet della NBA.
A ben pensarci, non il solo motivo di rimpianto di una carriera sensazionale: chi avrebbe meritato più di lui una medaglia olimpica, uno scudetto o una coppa europea? Per fortuna, i numeri gli hanno reso giustizia: miglior marcatore di tutti i tempi alle spalle di LeBron James, miglior realizzatore di sempre ai Giochi olimpici (a cui ha partecipato per cinque volte dal 1980 al 1996), 7 titoli di capocannoniere della Serie A e persino quattro maglie ritirate in suo onore a Caserta, Pavia – le due squadre con cui ha giocato in Italia – Rio de Janeiro (la città del Flamengo) e Asa Sul, dove ha sede il suo primo club, l’Unidade Vizinhança.
Per fortuna, la sua bacheca non è rimasta vuota: tre titoli brasiliani con Palmeiras, Sìrio e Corinthians, la Coppa intercontinentale 1979, un bronzo ai Mondiali 1978, l’oro ai Giochi Panamericani 1987 e una Coppa Italia conquistata con la maglia di Caserta nel 1988. Già, Caserta: la piazza che lo ha reso un immortale del nostro basket. Otto stagioni in bianconero con Bogdan Tanjević e Franco Marcelletti in panchina e, intorno a sé, una schiera di campioni e campionissimi: gli scugnizzi Vincenzo Esposito e Ferdinando Gentile, Sandro Dell’Agnello, Sergio Donadoni, Horacio “Tato” Lopez, Georgi Glushkov, il primo europeo a giocare stabilmente in NBA. Una storia indimenticabile, raccontata nella docuserie Scugnizzi per sempre, che restituisce appieno il valore e il prestigio di Oscar per un’intera città, salita sulla ribalta del basket italiano ed europeo insieme a lui e grazie a lui.
L’addio alla Juvecaserta nel 1990
La grande utopia di Giovanni Maggiò – perseguita dopo la sua morte dal figlio Gianfranco – fu più volte sul punto di concretizzarsi: due finali-scudetto perse contro Milano e Pesaro, il KO contro la Virtus Roma nella finale di Coppa Korac 1986. Soprattutto, la bruciante sconfitta ai supplementari contro il Real Madrid di Dražen Petrović nella finale di Coppa delle Coppe 1989, una delle partite più belle della storia del basket. 62 punti per il fenomeno di Sebenico, 44 per il brasiliano di Natal.
Il bianco e il nero hanno continuato a scorrere nelle vene di Oscar anche dopo l’addio a Caserta nell’estate del 1990: i “bonsai” – l’appellativo ingeneroso con cui la stampa sportiva italiana definì i giocatori della Juve – volevano vincere. E il sacrificio di Mão Santa fu doloroso ma necessario per inseguire il sogno tricolore, che si sarebbe concretizzato l’anno dopo la sua partenza.
La dirigenza casertana, però, decise di cautelarsi per non avvantaggiare la concorrenza: Oscar avrebbe potuto continuare a giocare in Italia, a patto che accettasse di scendere in Serie A2. L’affare lo fece Pavia, che dominò il campionato 1991-92 grazie al suo implacabile tiratore. Così preciso, così dominante che qualcuno lo avrebbe candidato volentieri a sindaco della città lombarda.
A dispetto della malattia che lo colpì una quindicina di anni fa, Oscar non ha mai davvero abbandonato la scena, guadagnandosi nel 2013 un posto nella Basketball Hall of Fame di Springfield, la cittadina del Massachusetts che diede i natali a James Naismith, l’uomo che ha inventato la pallacanestro. Più di tutti i record, però, la grandezza di Oscar Schmidt traspare dalle ultime sequenze di Scugnizzi per sempre, girate al PalaMaggiò con gli ex compagni della Juve: solo una Mano Santa come la sua poteva farci dono della sua leggerezza e della sua grande umanità.





















