Se non è questa la pagina più ingloriosa della storia del basket italiano, vuol dire che il nostro senso critico è andato definitivamente in malora. Già, perché la grottesca parabola di Trapani Shark – terminata all’inizio di questa settimana con la (tardiva) esclusione dal campionato di Serie A – è la summa di tutti i peggiori difetti dell’Italia sportiva (e non solo).
Trapani Shark, l’abisso del basket italiano
Pensavamo di averne viste abbastanza negli ultimi anni: i casi di Rieti e Siena – sparite dalla carta geografica della nostra pallacanestro per gravi problemi economici e finanziari – avrebbero dovuto fare scuola. Tuttavia, le lezioni del passato sono rimaste inascoltate. Ed è bastato che un imprenditore dai modi spicci (al secolo Valerio Antonini, proprietario di Trapani Shark) incantasse tifosi, media e stampa al seguito per gridare al miracolo.
Un miracolo di cartapesta, a ben vedere: Trapani è stata per un anno e mezzo la variabile impazzita della Serie A, capace di duellare da pari a pari con le grandi. Merito di una struttura tecnica inusitata per una neopromossa – Jasmin Repesa in panchina, stelle come Eboua, Galloway, Notae e Petrucelli sul parquet – e di una piazza calorosa come nessun’altra, rimasta per più di un trentennio ai margini del basket che conta.
Elogi, riconoscimenti, parole al miele per squadra e società, nonostante le esuberanze verbali del suo presidente, passate colpevolmente in secondo piano: i risultati aiutano a dimenticare tutto, zone grigie comprese. Persino qualche nome eccellente (leggi: Danilo Gallinari) tende l’orecchio alle lusinghe dell’imprenditore romano, ma non cede. Dal canto suo, Antonini non perde occasione per lanciare le sue bordate contro le istituzioni sportive, l’amministrazione comunale e la stampa non allineata, che accende i riflettori sui conti in rosso delle sue società.
Neppure il tempo di insidiare la vetta della LBA – Trapani chiude la stagione regolare 2024/2025 al 2° posto dopo aver perso all’ultimo secondo lo scontro diretto con la Virtus Bologna – che iniziano i guai: 4 punti di penalizzazione da scontare nel successivo campionato per irregolarità nei versamenti IRPEF e dei contributi INPS. Il velo è ormai squarciato. E non basta la semifinale-scudetto (persa per 3-0 contro Brescia) a diradare nubi e perplessità sul futuro di Trapani Shark.
Il dramma diventa farsa
Le prime avvisaglie di burrasca non frenano le ambizioni di Antonini e della squadra granata, che accetta la sfida della Basketball Champions League e riconferma in buona parte il cast dell’anno precedente, mettendo sotto contratto Jordan Ford (in arrivo da Trento, dove aveva vinto la Coppa Italia) e Alessandro Cappelletti. Per un singolare paradosso, il campo continua a dare ragione a Trapani: 10 vittorie nei primi 11 turni di campionato, compreso il blitz in casa dell’Olimpia Milano allenata (ancora per poco) da Ettore Messina, la qualificazione alla Coppa Italia, un percorso dignitoso in Europa.
Una dopo l’altra, però, le disgrazie che si erano accumulate nel vaso di Pandora vengono a galla: la Federazione italiana pallacanestro adotta una strategia logorante, infliggendo multe e penalizzazioni in serie. Il fortino inizia a oscillare pericolosamente a inizio dicembre: Repesa esce di scena, dichiarando senza mezzi termini di non essere stato pagato. Il capitano Amar Alibegović è sul piede di guerra: vuole andare via. Antonini lo mette fuori squadra, aprendo una spirale senza fine: i giocatori più quotati (Allen, Hurt, Petrucelli, Eboua) decidono di emigrare altrove.
La figuraccia in Europa
A questo punto, i siciliani imbarcano acqua da tutte le parti: non hanno un allenatore vero – l’assistente Alex Latini riceve una deroga per due gare, ma non può essere tesserato perché la FIP ha bloccato il mercato del club granata – non possono formalizzare il tesseramento di un nuovo giocatore per rispettare la formula del 6+6 (6 italiani e altrettanti stranieri) prevista dalle norme federali. Nei fatti, Trapani entra in autogestione.
Dopo le sconfitte contro Sassari e Varese, si naviga a vista. A questo punto, manca solo il colpo di grazia. Che si materializza sotto forma di farsa in tre atti: prima la rinuncia alla trasferta di Bologna, punita con una sconfitta a tavolino, poi la vergognosa trasferta in Bulgaria per fingere di giocare il play-off di Champions League contro l’Hapoel Holon, dove scendono in campo 5 giocatori (due dei quali reclutati dal settore giovanile) per evitare un’altra, salatissima sanzione. Tra falli sistematici e infortuni simulati, la farsa dura solo 7′. Abbastanza, però, per suscitare lo sdegno di tutto il mondo del basket.
Infine, la comica finale inscenata qualche giorno fa al PalaShark: l’anticipo di campionato contro Trento si conclude dopo 4′ di non-gioco. Giocatori e tifosi sono in lacrime: è suonata l’ultima sirena.
Le colpe di un sistema che ha preferito perdere la faccia
«Ho investito 20 milioni di €», ha affermato Antonini in un’intervista a Radio1, aggiungendo che – se potesse tornare indietro – non entrerebbe nel mondo dello sport. Se i tanti mecenati che investono in una società di alto livello ascoltassero le sue parole, l’agonismo di alto livello sarebbe finito da tempo. E invece, tanti presidenti continuano a dedicare tempo ed energie a una passione che condividono con i loro tifosi.
Tutto questo per dire che lo sport di vertice esige impegno, serietà e – quando serve – severità. Troppo spesso, pubblico e media incensano personaggi che salgono alla ribalta per le loro esternazioni, i loro tic verbali, le loro intemerate. Pochissimi osano chiedere conto delle loro azioni: meglio un’operazione simpatia che aiuti a dimenticare incidenti, scivoloni e parole in libertà. Se il presidente di Trapani Shark ha potuto alzare continuamente l’asticella delle sue provocazioni, la responsabilità è (anche) di un sistema che, come insegna il poeta, «si costerna, s’indigna, s’impegna». E, infine, «getta la spugna». Ma – beninteso – «con gran dignità».






















