Dai Pirenei alle Alpi fino a Parigi: la geografia sentimentale di Tadej Pogacar, che ha rinnovato la sua egemonia sul Tour de France, vincendolo per la quinta volta. Dubbi e timori per le tante fatiche della primavera si sono sciolti alla prima occasione utile, quando la corsa era appena arrivata ai piedi della catena pirenaica. Per il resto, il fuoriclasse sloveno è stato più forte dei problemi di salute dei suoi compagni di squadra e, soprattutto, ha dimostrato la sua superiorità anche in contumacia del suo principale avversario, Jonas Vingegaard.
Tour de France, Tadej Pogacar è ancora l’uomo in giallo
La scena madre si è consumata sulla salita regina del 112° Tour de France, l’Alpe d’Huez. La cima che ha consegnato al mito del ciclismo campioni come Fausto Coppi, Bernard Hinault, Gianni Bugno e Marco Pantani ha proiettato Tadej Pogacar, la rockstar delle due ruote, in una dimensione a metà tra il mito e la leggenda.
Non era facile conquistare il gigante alpino: il capitano della UAE Emirates-XRG aveva imboccato l’Alpe con un ritardo superiore ai 3′ sui corridori al comando: Richard Carapaz, Sepp Kuss e Lenny Martinez. Tre uomini di spessore, altroché. Eppure, Pogacar non conosce il significato dell’aggettivo impossibile. Ed è così che ha compiuto una delle imprese più belle della sua carriera, seconda soltanto alle cavalcate che gli hanno regalato due titoli mondiali consecutivi.
Qualcuno ha accostato la sua rincorsa sui tornanti dell’Alpe d’Huez alla rimonta di Pantani ad Oropa. Protagonisti e contesto erano diversi – come si ricorderà, il Pirata era stato rallentato da un problema meccanico all’inizio della salita – ma la suggestione è altrettanto potente. E non è forse un caso che lo sloveno abbia migliorato il record di scalata che il romagnolo aveva stabilito nel 1995.
Un dominio incontrastato
Un numero che sarebbe sufficiente per descrivere la monarchia istituita da Pogacar sulle strade dell’Esagono. E dire che, dopo una primavera affrontata al massimo, qualcuno aveva persino dubitato che potesse aggiungere alla sua ricchissima bacheca la quinta maglia gialla in 7 partecipazioni al Tour de France. Qualche dubbio era sopraggiunto dopo la cronosquadre di Barcellona vinta dalla Visma-Lease a Bike. Tuttavia, è bastato l’arrivo sulla collina del Montjuic per ritrovare il fenomeno di sempre. Così fenomeno da lasciare la vittoria di tappa all’amico e compagno di squadra Isaac del Toro prima di ricominciare il suo monologo.
A dispetto degli annunci e delle aspettative, la partita si è chiusa sulla prima, vera salita della 112ª edizione: il leggendario Col du Tourmalet, dove Pogacar ha staccato di forza il danese Jonas Vingegaard, che pure aveva tentato di seguire la scia del suo inarrivabile avversario. Niente da fare: Pogi si è presentato sul traguardo in quota di Gavarnie-Gèdre con quasi 3′ di margine sul capitano della Visma-Lease a Bike.
Da quel momento in poi, la strada è stata costantemente in discesa, nonostante un virus abbia debilitato parte della squadra bianconers. Le Lioran, Le Markstein, L’Alpe d’Huez: un successo dopo l’altro, Pogacar ha viaggiato ancora una volta verso la gloria vestita di giallo. Neppure il ritiro di Vingegaard nel corso della 12ª tappa può ridimensionare la sua chiara supremazia.
Evenepoel e del Toro sul podio
E il resto della carovana? Sarebbe ingeneroso sostenere che gli altri siano stati semplici comparse. Dunque, è doveroso omaggiare chi ha accompagnato lo sloveno sul podio dei Campi Elisi.
Prima di tutto, onore a Remco Evenepoel. Talora insofferente, talaltra polemico e stizzoso, il belga della Red Bull-BORA-Hansgrohe è stato protagonista di un’eccellente campagna francese: non solo l’ormai abituale trionfo a cronometro, ma anche la vittoria di tappa a Plateau de Solaison, seppure sotto l’occhio vigile di Pogacar. Molti osservatori sostengono che il 2° posto a Parigi abbia proiettato Evenepoel in una nuova dimensione. Vedremo se, a partire dal 2027, affronterà con maggiore convinzione i Grandi Giri.
Non abbiamo scoperto al Tour l’enorme potenziale del campione messicano Isaac del Toro, che aveva già sfiorato il colpaccio al Giro d’Italia 2025. Da esordiente assoluto sulle strade d’Oltralpe, il Torito ha confermato di essere il corridore del futuro al pari di Paul Seixas, il 19enne francese della Decathlon CMA CGM che ha lottato fino all’ultima tappa di montagna per salire sul podio, classificandosi poi 4° davanti al connazionale Martinez. Quando il re abdicherà, saranno questi due a contendersi il trono del ciclismo mondiale.
Italia, dove sei finita?
I risultati di Jonathan Milan nella passata edizione ci avevano abituato bene. Tuttavia, l’assenza del velocista friulano – che ha ceduto il passo al compagno di squadra Mads Pedersen – ha sostanzialmente indebolito la spedizione italiana in Francia, mai così numerosa (13 corridori al via) negli ultimi anni, ma raramente così impalpabile.
Nessuna vittoria di tappa, nessun piazzamento sul podio di giornata, un 4° posto ottenuto da Marco Frigo nella tappa di Foix, una quinta piazza agguantata da Filippo Ganna sul traguardo di Ussel, un 6° posto di Mattia Cattaneo nella cronometro di Thonon-les-Bains. Poi, null’altro. Dunque, è giusto e persino scontato parlare di disastro.
Per carità: era molto difficile aspettarsi qualcosa di meglio dalla Grande Boucle 2026, vista la qualità complessiva del lotto tricolore. Ciò non toglie, però, che vi fossero comunque uomini di livello internazionale. Oltre a Ganna, il movimento italiano si è presentato a Barcellona con Antonio Tiberi, da più parti indicato come un possibile protagonista nelle corse a tappe. Una sola definizione per descrivere il suo Tour: oggetto misterioso.
In mancanza di uno sprinter, la speranza era affidata agli uomini da fughe. Uscito anzitempo di scena Matteo Trentin per problemi fisici, l’uomo giusto poteva essere Davide Ballerini, 2° un anno fa nella spettacolare tappa parigina. Tuttavia, il lombardo della XDS-Astana ha prevalentemente lavorato al fianco del velocista tedesco Max Kanter, che ha peraltro raccolto un 2° posto parziale.
Si salvano Cattaneo, Frigo e Piganzoli
Per il resto, dobbiamo essere grati agli uomini di fatica. Oltre a Frigo – il più assiduo tra i nostri fuggitivi – bisogna omaggiare Cattaneo (splendido compagno di ventura di Evenepoel) e soprattutto Davide Piganzoli. Il valtellinese – 8° nell’ultimo Giro d’Italia – non avrebbe dovuto disputare la grande corsa francese. E invece, l’assenza di Wout van Aert in casa Visma-Lease a Bike gli ha concesso l’opportunità di correre anche dall’altra parte delle Alpi.
Pur avendo lavorato per Vingegaard fino al giorno del ritiro del danese, Piganzoli ha provato a curare anche i suoi interessi personali. Il 14° posto finale – con un ritardo di circa un’ora da Pogacar – dirà pochissimo al grande pubblico. Tuttavia, il ragazzo ha dato prova di carattere e applicazione. Proviamo a ripartire da lui, in attesa di ritrovare il miglior Giulio Pellizzari e di scoprire fino in fondo le qualità di Lorenzo Mark Finn. Ad ogni modo, il Tour ci ha bocciati. Ancora una volta, purtroppo.






















