Li chiamavano bandiere, perché avevano impressi sulla pelle e nel cuore i colori della loro squadra, quando il senso di appartenenza era una virtù: a quasi due mesi dalla scomparsa di Franco Baresi, la Milano rossonerazzurra piange un’altra delle sue leggende, Sandro Mazzola, simbolo della Grande Inter e della Nazionale italiana tra gli anni Sessanta e Settanta.
È morto Sandro Mazzola
Sarebbe facile scrivere che uomini così non ne nascono più: la nostalgia e il rimpianto per il tempo che passa finiscono per ammorbidire angoli e contorni. Tuttavia, Sandro Mazzola (all’anagrafe Alessandro) – morto nella tarda serata di venerdì 18 settembre a poche settimane dal suo 84° compleanno – ha segnato un’epoca irripetibile del calcio italiano, quando vincere era la consuetudine.
Sì, perché il figlio e fratello d’arte – il padre Valentino è entrato nella leggenda con il Grande Torino, il fratello Ferruccio, con il quale i rapporti non sono mai stati idilliaci, giocò a buon livello in Serie A – ha assaporato la gloria come pochi altri, prendendosi la scena per tutti gli anni Sessanta con la maglia dell’Inter. I numeri, prima di ogni altra cosa: 565 presenze e 161 gol con i bauscia, quattro scudetti tra il 1963 e il 1971, l’accoppiata Coppa dei Campioni-Coppa Intercontinentale nel biennio 1964-1965, segnando una doppietta al Real Madrid nella prima delle due finali. E poi il titolo di capocannoniere della massima competizione continentale (stagione 1963-64), doppiato l’anno seguente anche in patria. Senza dimenticare l’Europeo vinto in casa nel 1968.
Sandro e Gianni (Rivera), così uguali, così diversi
La sua storia in nerazzurro era cominciata prestissimo, sotto l’ala di Angelo Moratti, Benito “Veleno” Lorenzi e Pepin Meazza: era il 10 giugno 1961 quando fece il suo esordio in prima squadra. Partita da brividi: Juventus-Inter, recupero della gara di campionato sospesa un paio di mesi prima per problemi di ordine pubblico (troppa gente concentrata a bordo campo). Solo che i vertici del club milanese protestarono per la decisione della Federcalcio di togliere la penalizzazione in un primo tempo inflitta ai bianconeri, che poterono così festeggiare la vittoria dello scudetto. E l’Inter decise di schierare i ragazzi della Primavera, tra i quali lo stesso Mazzola. Fu mattanza (9-1), ma il figlio di Valentino andò subito a segno.
Una scena che si sarebbe ripetuta tante e tante volte ancora, in quasi vent’anni di carriera. Gol, gol e ancora gol: a dispetto di un fisico minuto, Mazzola aveva visione, tecnica e tanta, tanta classe. Quella che lo accomunava all’altro simbolo del calcio milanese, Gianni Rivera. Così simili, così diversi. Al punto che il commissario tecnico della Nazionale italiana, Ferruccio Valcareggi, li riteneva incompatibili. Nacque così la famigerata staffetta ai Mondiali di Messico 1970: Mazzola titolare, il Golden Boy rossonero in panchina a masticare amaro. E giù polemiche feroci, che incendiarono l’opinione pubblica soprattutto dopo la finale persa con il Brasile.
Una filastrocca da mandare a memoria: “Sarti, Burgnich, Facchetti…”
Una rivalità (stemperata dal tempo) nata fin dal primo faccia a faccia tra i due, datato 24 febbraio 1963. Il giorno della definitiva consacrazione del calciatore nerazzurro, che sbloccò il risultato dopo soli 13″, il gol più veloce di sempre della stracittadina. Tanti anni dopo, raccontò di aver segnato per errore, ma come si fa a credergli? Del resto, Mazzola era circondato dal talento, scandito da una filastrocca che i tifosi della Grande Inter conoscevano a menadito: «Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini; Suárez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera».
La sua storia d’amore con la maglia nerazzurra proseguì anche dopo l’addio al calcio giocato nel 1977 (con una sconfitta in finale di Coppa Italia contro… il Milan): fu dirigente durante la presidenza di Ivanhoe Fraizzoli e direttore sportivo con Massimo Moratti. Il fiuto non gli mancava neppure in giacca e cravatta: fu proprio lui a portare Andrea Pirlo, Álvaro Recoba e Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, all’ombra del Duomo. Forse hanno ragione i nostalgici: uomini così non se ne fanno più.






















