Chuck Jura, Bob Morse, Robert McAdoo, Mike D’Antoni, Spencer Haywood, Danny Ferry, Darryl Dawkins: il club dei fuoriclasse americani che hanno giocato nel campionato italiano, regalandoci un sogno ad occhi spalancati. Poco prima che la golden age dei nostri canestri arrivasse al tramonto, un altro fenomeno ha calcato i nostri parquet: Micheal [sic] Ray Richardson, per tutti Sugar, scomparso all’età di 70 anni. Bologna (sponda Virtus), Livorno, Forlì: le ultime, grandi tappe di una carriera vissuta costantemente tra magia e perdizione.
Addio a Micheal Ray “Sugar” Richardson
Zucchero per i tifosi delle sue squadre, veleno per tutti gli altri: Micheal Ray “Sugar” Richardson è stato uno dei più grandi giocatori del nostro campionato, quando gli americani erano pezzi unici che l’intera Europa ci invidiava. Se n’è andato a 70 anni, nella sua casa alle porte di Oklahoma City, dopo aver vissuto due vite in una.
Originario del Texas, Richardson è considerato uno dei playmaker più forti degli USA fin dagli anni del college. A 23 anni arriva la chiamata della NBA, destinazione New York City. I quattro anni con i Knicks (1978-1982) sono un manifesto della sua pallacanestro e della sua esistenza: in campo difende come nessun altro, fuori cede alle tentazioni della bella vita e delle droghe.
I suoi eccessi convincono i Knicks ad accompagnarlo alla porta. Una breve sosta a Golden State, poi il ritorno sulla costa orientale in maglia New Jersey Nets, anno 1984. La prima stagione è una promessa di felicità: Richardson sembra essere tornato sulla strada giusta. Ma i fantasmi del passato si riaffacciano di nuovo. E alla terza positività alla cocaina, la NBA lo bandisce dai parquet: è il febbraio 1986.
La rinascita a Bologna
A quel punto, “Sugar” è un uomo che vive nelle periferie del basket: gioca per qualche tempo nelle leghe minori d’America finché non arriva una chiamata dall’Italia. Dan Peterson – rientrato alla Virtus Bologna nelle vesti di direttore generale – crede in lui e nella sua redenzione. Ingaggiato nell’estate del 1988, Richardson riporta in alto le V nere: lo scudetto resterà ancora tabù, ma la Knorr guidata prima da Bob Hill, poi da un giovane Ettore Messina vince per due volte di fila la Coppa Italia (1989-1990) e sale sul trono della Coppa delle Coppe 1990.
Il vizio antico, però, non lo abbandona: un’altra positività alla cocaina convince la Virtus a licenziarlo alle porte della stagione 1991-92. Da qui inizia una nuova serie di peregrinazioni in giro per l’Europa, con due tappe italiane: Livorno (dal 1992 al 1994) e Forlì, in Serie A2, con cui giocherà nella stagione 1998-99, quando la carta di identità dice 43.
Terminata la carriera da giocatore in Francia, Richardson allena soprattutto in Canada e segue i primi passi da calciatore del figlio Amir, oggi in forza alla Fiorentina. Il popolo bianconero concede un ultimo applauso al suo totem di zucchero nel 2023, in occasione di un match di Eurolega. Infine, il tumore alle ossa che lo ha consumato nel giro di pochi mesi.






















