Prima di essere un allenatore, Osvaldo Bagnoli – morto venerdì a Verona all’età di 91 anni – era un filosofo pop: non a caso, Gianni Brera gli attribuì un soprannome immaginifico, lo «Schopenhauer della Bovisa», il quartiere milanese in cui era nato e cresciuto. Quella saggezza stradaiola era in realtà il vero segreto del suo calcio pragmatico e concreto, di cui è stato scrupoloso interprete sia in provincia, sia a Milano, sponda nerazzurra.
È morto Osvaldo Bagnoli, campione d’Italia a Verona
La provincia operaia e laboriosa gli deve tutto. Compreso l’ultimo scudetto vinto da una squadra che non appartenesse al giro delle grandi metropoli: il Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, anno di grazia 1985. Un miracolo? Un accidente della storia? No: un capolavoro che vide la luce dopo anni di lavoro meticoloso, iniziato all’alba degli anni Ottanta, quando i gialloblù frequentavano tra alti e bassi la serie cadetta.
Bagnoli sbarcò nella città scaligera mentre cercava ancora di trovare la sua dimensione nel calcio che conta. Fino a quel momento, il meglio di sé lo aveva dato in riva all’Adriatico, conquistando una promozione in C1 con il Fano e una salvezza in Serie B a Rimini, oltre a una promozione in Serie A con il Cesena. Un curriculum a prima vista poco appariscente, ma perfettamente congeniale a una piazza affamata di riscatto. E i risultati arrivarono subito: la promozione in Serie A nel 1981-82, la qualificazione alla Coppa UEFA 1983-84, due finali consecutive di Coppa Italia (1983 e 1984), entrambe perse. Infine, il trionfo più bello: il tricolore conquistato al termine della stagione 1984-85.
Un prodigio che si compì non solo grazie a una solidissima organizzazione tecnica e tattica, ma anche e soprattutto per merito di un gruppo di grande valore, formato da giocatori che si consacrarono (o si riscattarono) lontano dalle grandi capitali del nostro calcio: il leggendario Claudio Garella («Il più grande portiere italiano con i piedi», parola di Gianni Agnelli) tra i pali, Piero Fanna regista di ampie vedute, Antonio Di Gennaro alle spalle del gigante danese Preben Elkjær Larsen e del piccolo e scattante Giueppe Galderisi.
Un nuovo miracolo a Genova prima di andare all’Inter
Lo scudetto rimase un bellissimo e ineguagliato unicum: benché il Verona abbia continuato a frequentare l’élite del nostro calcio, conquistando un’altra qualificazione europea nel 1987, la magia si infranse al termine della stagione 1989-90, conclusa con un’amara retrocessione in B, che coincise con l’addio di Bagnoli ai colori gialloblù.
Lo attendeva un’altra sfida affascinante, di nuovo in riva al mare, sotto le insegne del Genoa Cricket and Football Club. Il Grifone appannato di quegli anni spiccò nuovamente il volo: lo scudetto vinto dai concittadini sampdoriani nel 1991 non oscurò la stagione dei rossoblù, che conquistarono il 4° posto finale e il passaporto per l’Europa. La successiva partecipazione alla Coppa UEFA appartiene di diritto alla leggenda del nostro calcio: il Genoa di Roberto Aguilera, Tomáš Skuhravý, Gennaro Ruotolo, Vincenzo Torrente e tanti altri diede scacco matto nientemeno che al Liverpool, battuto sia al “Ferraris”, sia ad Anfield Road.
Un nuovo capolavoro (questa volta rimasto a metà: il Genoa si fermò in semifinale) che gli valse la chiamata dell’Inter presieduta da Ernesto Pellegrini. Il ritorno nella sua Milano – dove aveva iniziato la carriera da calciatore, ma sul versante rossonero – fu tuttavia agrodolce: il 2° posto ottenuto alle spalle dei casciavit alla fine del campionato 1992-93 prometteva tanto in vista della stagione successiva. Che, tuttavia, prese una piega inaspettata: a dispetto di un buon cammino in Europa, l’Inter viaggiò a passo da retrocessione in campionato. Il dramma fu scongiurato solo all’ultima giornata, quando i nerazzurri avevano già cambiato timoniere: Giampiero Marini al posto di Bagnoli, esonerato dopo 22 giornate.
Da quel momento in poi, il «Mago della Bovisa» decise di non allenare più, benché potesse dare ancora tanto al calcio italiano. Al contrario, scelse di essere fedele al verbo degli operai: lavorare duro prima di farsi da parte. Se possibile, senza rimpianti.





















