In base alle interpretazioni, il nome Mircea può evocare la pace oppure una sensazione di meraviglia. Per tanti appassionati di calcio, Mircea Lucescu – morto a Bucarest all’età di ottant’anni – era sinonimo di serietà e concretezza. E, nonostante sia ricordato alle nostre latitudini per i tanti esoneri, l’allenatore rumeno è stato un vincente come pochi altri nella storia del calcio europeo.
Addio all’ex allenatore dell’Inter Mircea Lucescu
Per una volta, partiamo dalla fine. 26 marzo 2026: a Istanbul si gioca Turchia-Romania, semifinale play-off per la qualificazione ai Mondiali. Seppure in condizioni precarie di salute, Mircea Lucescu è in trincea per provare a riportare la Nazionale del suo paese sulla ribalta iridata a 28 anni di distanza dall’ultima volta. Le speranze svaniscono a pochi minuti dalla fine: un gol di Kadioglu elimina l’undici dei Carpazi. Il giorno dopo la sconfitta, la Federazione calcistica rumena congeda Lucescu: non è mai bello uscire di scena con un esonero.
Che questo sia stato l’ultimo capitolo della sua vita terrena è doppiamente doloroso. Sì, perché come abbiamo detto in apertura, Lucescu è stato anzitutto un ottimo insegnante di calcio. Soprattutto, a dispetto di una fama elargita troppo frettolosamente, ha vinto tanto sia in patria, sia all’estero. Due fotogrammi risaltano più degli altri: la Supercoppa europea conquistata nel 2000 sulla panchina del Galatasaray e la Coppa Uefa vinta nel 2009 con lo Shakhtar Donetsk, di cui è stato allenatore per oltre un decennio.
Giramondo per scelta (dopo aver trascorso più di metà della sua vita in Romania, quando il regime di Nicolae Ceaușescu negava a chiunque di espatriare), Lucescu ha vissuto gli anni d’oro del calcio di italiano da testimone privilegiato. Subito dopo il Mondiale italiano, accetta l’offerta del presidentissimo del Pisa, Romeo Anconetani, che ha appena ritrovato un posto in massima serie. Tiene a battesimo un grande campione come Diego Pablo Simeone, ma la sua avventura termina anzitempo con un esonero.
Ha allenato anche Pisa, Brescia e Reggiana
Il suo calcio di qualità ha tanti estimatori in Italia. Uno di questi è Gino Corioni, patron del Brescia abituato a salire e scendere con una certa regolarità dalla massima serie. Lo stesso destino tocca a Lucescu: stravince il campionato cadetto 1991-92, ma retrocede l’anno seguente (nonostante avesse in squadra due grandi giocatori come George Hagi e Florian Răducioiu) dopo aver perso lo spareggio con l’Udinese. Il destino lo risarcisce subito: una nuova promozione in A – a cui abbina la Coppa anglo-italiana – prima di rimediare un altro licenziamento a metà del campionato 1994-95. Tornerà per la terza volta al “Rigamonti”, ma la magia era svanita da un pezzo.
Dopo una breve e infruttuosa esperienza alla Reggiana, il tecnico di Bucarest riceve nientemeno che la chiamata dell’Inter alla fine di novembre 1998. Deluso dal rendimento della squadra sotto la guida di Luigi Simoni – che pure aveva sfiorato lo scudetto pochi mesi prima, vincendo brillantemente la Coppa Uefa – il presidente Massimo Moratti compie una scelta coraggiosa ma perfettamente in linea con l’indole del personaggio. Finirà malissimo, tra operazioni di mercato fallimentari e risultati altalenanti: un 4-0 rimediato in casa della Sampdoria lo convince a lasciare la panchina nerazzurra dopo soli 4 mesi.
Da allora ha ricominciato a viaggiare in giro per l’Europa, collezionando titoli e coppe nazionali in Turchia – dove ha allenato anche la Nazionale – Ucraina e Russia. Infine, l’ultimo atto d’amore – non corrisposto – per il suo paese. Se è vero che ogni grande attore sogna di morire sul palco, Mircea Lucescu non ha avuto dubbi: meglio vivere una vita piena fino alla fine che essere una semplice comparsa.



















