Una passione bruciante per la palla a spicchi, coltivata di giorno e di notte, sul parquet della palestra di San Giovanni in Persiceto e davanti alla tv, affascinato com’era dai giganti della NBA. Quella stessa lega di cui è stato protagonista per oltre un decennio prima di tornare a casa e chiudere una lunghissima e travolgente storia d’amore. Alle soglie degli anta, Marco Belinelli lascia definitivamente il basket. Da campione vero.
Marco Belinelli chiude con il basket giocato
Talento precoce come pochi altri, Belinelli è un cinno di 16 anni quando esordisce in Serie A con la maglia della Virtus Bologna, l’alpha e l’omega della sua eccezionale carriera. Il passaggio dalle V nere agli arcirivali della Fortitudo coincide con la sua definitiva esplosione, sancita dallo scudetto conquistato nel 2005 contro l’Olimpia Milano.
I tempi sono maturi per il grande salto dall’altra parte dell’oceano: Belinelli, il ragazzo che si svegliava la notte per guardare le partite di NBA su Tele+, viene selezionato dai Golden State Warriors al draft del 2007. Non è ancora l’epoca degli Splash Brothers, Stephen Curry e Klay Thompson: i californiani giocano un basket divertente ma di scarso successo. Due stagioni sulla West Coast prima di un lunghissimo pellegrinaggio tra USA e Canada: Toronto Raptors, New Orleans Hornets, Chicago Bulls. Fino alla stazione decisiva della sua vita sportiva: San Antonio, Texas.
Voluto fortemente dal coach degli Spurs, Gregg Popovich, Belinelli si trasforma in un formidabile attore non protagonista al servizio di una squadra di fenomeni che si chiamano Tim Duncan, Emanuel Ginobili, Kawhi Leonard, Tony Parker. Accanto a loro, il bolognese sale di livello, guadagnandosi addirittura la ribalta dell’All Star Weekend, dove vincerà la gara del tiro da 3 punti, per poi conquistare il titolo NBA nella finale contro i Miami Heat di LeBron James e Chris Bosh.
L’unico rimpianto: le estati azzurre senza medaglie
Dopo un’altra stagione agli Spurs, Belinelli riprende la sua processione negli States: Sacramento Kings, Atlanta Hawks, Philadelphia 76ers e, infine, ancora San Antonio. L’ultimo giro di giostra della carriera NBA, definitivamente interrotta dall’emergenza sanitaria nel 2020, che lo convince a rispolverare il primo amore della sua vita cestistica, quella Virtus Bologna lasciata nell’estate 2003 a un passo dal fallimento.
Il presidente Zanetti punta sull’esperienza del Beli per riportare la metà virtussina di Bologna sulla mappa del basket italiano ed europeo. Missione ampiamente compiuta: due scudetti (2021 e 2025), tre Supercoppe italiane di fila tra il 2021 e il 2023 e, soprattutto, il successo nell’Eurocup 2022, il lasciapassare per disputare l’Eurolega.
C’è solo una casella vuota nel curriculum di Belinelli: i titoli in maglia azzurra. Al pari di altri due fuoriclasse assoluti come Luigi Datome e Danilo Gallinari, il tiratore bolognese non è mai riuscito a conquistare medaglie con la maglia della Nazionale, indossata per 154 volte dal 2006 (quando ha anche giocato il suo unico Mondiale) al 2019. Poco importa, però: Belinelli ha fatto la storia del basket italiano, come pochissimi altri. Soprattutto, ha realizzato il suo sogno di bambino. Un privilegio per pochi su questa Terra.



















