Era «il miglior libero d’Italia dopo Freda e Ventura», a suo tempo incriminati per la strage di Piazza Fontana. Soltanto un fuoriclasse del giornalismo e della vita come Beppe Viola poteva coniare una simile definizione per Franco Baresi, il principin che divenne imperatore con le maglie del Milan e della Nazionale italiana. Difficile trovare altri giocatori che abbiano saputo unire oltre le bandiere e le rivalità: soltanto Gaetano Scirea era riuscito a fare altrettanto.
La lezione di Franco Baresi
Le sue lacrime nella fornace del Rose Bowl di Pasadena sono diventate l’emblema di un sogno spezzato per un’intera generazione, arrivata a 11 metri dalla Coppa del Mondo 1994. E dire che Franco Baresi non doveva neppure giocare la finale dei Mondiali di calcio contro il Brasile: l’infortunio al menisco nella gara con la Norvegia richiese un intervento chirurgico che, per forza di cose, sembrava essere la pietra tombale sulla sua campagna a stelle e strisce.
Sembrava, per l’appunto. Perché Franco Baresi da Travagliato (Brescia) recuperò giusto in tempo per giocare la finale contro i verdeoro. Molti hanno sostenuto che gli azzurri avrebbero potuto vincere il titolo se solo Baresi fosse stato integro. Fatto sta che la sua partita fu esemplare, nel solco di una carriera ineguagliabile.
Cosa dire di un giocatore che, dopo aver vinto il Mondiale 1982 in Spagna, decise di seguire il Milan in Serie B, rifiutando qualsiasi offerta di mercato? Cosa aggiungere sul conto di un uomo che, meglio di chiunque altro, ha interpretato il ruolo di simbolo e bandiera della sua squadra? Maldini-Baresi-Costacurta-Tassotti: la difesa rossonera negli anni di Arrigo Sacchi e Fabio Capello era il marchio di fabbrica di una squadra invincibile in Italia, in Europa e nel mondo. E Baresi l’ha guidata con classe e disciplina, guadagnandosi persino l’elogio della massima divinità del calcio, Diego Armando Maradona: «Il più grande difensore» in circolazione.
Era un calvinista gentile
Sarebbe fin troppo scontato, persino patetico, mettere all’indice il turbocalcio multimilionario dei nostri giorni, in cui è pressoché impossibile vedere uomini di questa levatura. Tuttavia, se il pallone di ieri è rimasto nel cuore di tutti, il merito è di questi campioni che giocavano davvero per la maglia e per i tifosi. Nessuno pretende di riportare indietro le lancette della storia. Eppure, è legittimo chiedersi se i fuoriclasse di oggi saranno capaci di lasciare la stessa impronta e la stessa eredità alle generazioni che verranno.
Dal canto suo, Franco Baresi è stato un calvinista gentile, per il quale il calcio era il mezzo e non il fine, applicazione e disciplina prima di tutto, persino del talento che pure non gli faceva difetto. A differenza di tanti altri, avrebbe potuto ostentare la sua sterminata galleria di trionfi e di successi. Più prosaicamente, ha preferito la discrezione e il senso della misura. Che è esattamente ciò che manca al calcio di oggi.
Ecco perché Baresi – come Gaetano Scirea, Giacinto Facchetti, Paolo Rossi, Dino Zoff – era già simbolo, icona, esempio molto prima che la sua carriera fosse terminata. La sua ultima apparizione pubblica – in occasione della cerimonia inaugurale dei Giochi invernali di Milano-Cortina, fianco a fianco con Giuseppe Bergomi allo stadio “Meazza” – non ha soltanto celebrato la grandezza dell’uomo e dell’atleta: era l’ultimo gradino da scalare per entrare nella leggenda. Il numero 6 lo ha affrontato a testa alta, come sempre. E con quel sorriso timido, quasi imbarazzato, di chi ha sempre sognato con i piedi per terra.





















